SIBILLA DELL'APPENNINO

La Sibilla censurata

copertina cinquecentina censurata

Il nome della Sibilla dell’Appennino scompare alla fine del Cinquecento dal romanzo che ha diffuso la sua storia. Ma questo cambiamento è una perdita per la cultura dei Sibillini? Certo che no! Anzi!

I racconti sulla Sibilla dell’Appennino nascono nel Quattrocento grazie a due romanzi: Il Meschino di Durazzo di Andrea da Barberino (poi conosciuto solo come Guerrin Meschino) e il Paradis de la Reine Sibylle di Antoine De La Sale.

I romanzi

Sia Barberino che De La sale parlano di un cavaliere che si reca nel regno della Regina Sibilla, una donna potente che vive nel ventre del monte che porta il suo nome ed è accompagnata dalla sua corte di eleganti dame e cavalieri. Questa corte vive nel peccato e nel lusso e così farà fino alla fine dei tempi quando sarà giudicata e dannata per sempre.

 

Entrambi i romanzi sono molto conosciuti e tradotti ma sui Sibillini è il Guerrin Meschino ad essere più conosciuto. L’autore è un fiorentino che recita i suoi testi in piazza San Martino, davanti a contadini e borghesi e riempie il suo romanzo di citazioni e elementi fantastici per tenere sempre avvinto alla narrazione ilsuo pubblico vasto ed eterogeneo.

Andrea da Barberino scrive il suo romanzo unendo molti elementi diversi, presi dalla materia cavalleresca, dalla cultura orientale, dalla mitologia antica, dal soprannaturale cristiano e ovviamente dal sapere tradizione tramandato oralmente.

Nel mettere insieme tutti questi elementi l’autore intende comunque creare un romanzo cavalleresco che rispetti le regole originarie di questo stile: il cavaliere è un campione della cristianità, il suo agire è interno alle regole cristiane, il suo percorso è guidato dalla fede. Infatti parte per il Monte Sibilla soltanto dopo essersi confessato e a ogni tappa ripete “Iesù Nazzareno Cristo, a tte mi racomando”. Non è un romanzo che sostiene valori contrari a quelli della Chiesa.

Il ruolo della sibilla nel testo di Andrea da Barberino è quello della donna seduttrice, un personaggio tipico della letteratura cortese che ha elementi simili allaVenere del Venusberg tedesco odella Circe dell’ Odissea. Da figure come questa nascerà nel Cinquecento il personaggio di Alcina.

Ma come mai si sceglie proprio una sibilla per rappresentare questo tipo di donna seduttrice?
Il personaggio femminile tentatore è usato per creare un ostacolo che rende difficile al cavaliere il suo percorso cristiano, distrae la sua attenzione dalla retta via della fede perché lo invoglia a cedere alla lussuria e al potere e lo distoglie quindi dai valori cristiani e dalla missione che deve compiere.

Non sappiamo perché nel Guerrin Meschino questo ruolo è affidato proprio alla Sibilla dell’Appennino; forse esistevano già, prima dei romanzi, racconti e leggende sulla presenza di una sibilla nella zona e le sue storie hanno affascinato gli autori. Certamente esistono testimonianze di un antico oracolo sul territorio dell’Appennino Umbro-Marchigiano, ma non sappiamo molto in merito, non si sa la posizione o che tipo di oracolo fosse ma è probabilmente a questo oracolo che la figura della sibilla si è sovrapposta dando origine alle leggende tramandate dai romanzi.

 

La censura

Come Cursietti dimostra nella sua edizione critica (che cito sotto), il romanzo di Andrea da Barberino non è noto in una sola, unica, versione: inizialmente circola in forma manoscritta e nel corso del tempo copisti e editori hanno modificato e interpretato alcuni elementi come spesso capita. La storia però è la stessa in tutte le varie edizioni. Il cambiamento più importante si ha nella seconda metà del Cinquecento quando alcune parti del testo vengono tolte per via dell’intervento dell’Inquisizione.

A metà del Cinquecento si ha un evento fondamentale nella storia delle chiesa: il Concilio di Trento, cioè il concilio nel quale la Chiesa Cattolica si riorganizza dopo gli sconvolgimenti portati dalla riforma protestante. Da questa riorganizzazione nasce la cosiddetta Controriforma e un’Inquisizione “nuova” , che agisce non soltanto in forma punitiva come quella medievale, ma anche e soprattutto in forma preventiva: cerca cioè di arginare la diffusione di teorie e conoscenze che possano portare a posizioni “eretiche”. Non dimentichiamo che è il periodo in cui si diffonde l’interesse per la magia e che la chiesa stessa era già da secoli indebolita da movimenti di dissidenza internie dalle lotte col potere temporale.

Sibilla Chimica dipinta da Martino Bonfini nel Santuario della Madonna dell’Ambro (inizio XVII secolo). Negli elenchi di sibille diffusi dalla fine del Quattrocento, è spesso presente la Sibilla Chimica, spesso identificata con la Cimmeria

La figura della sibilla non è sgradita alla Chiesa di Roma dopo il Concilio di Trento, anzi, guadagna di importanza: le dieci sibille “classiche” sono già diventate dodici e assumono un ruolo “strategico” parallelo a quello dei profeti. C’è un aumento dei ritratti delle profetesse, che accompagnano le scene della vita di Maria per sottolineare il suo ruolo fondamentale per la salvezza dell’uomo, esempi sono i cicli pittorici a Madonna dell’Ambro o nella Basilica della Santa Casa a Loreto,

La chiesa romana della Controriforma intende dare indicazioni e messaggi chiari e compensibili ai fedeli, per questo non è semplice la convivenza di queste sibille “positive” con la sibilla maliarada, incantatrice e diabolica descritta nel Guerrin Meschino. Probabilmente è per questo che si è optato per sostituire il nome di Sibilla con quello di Alcina.

Ma perché proprio Alcina?
Alcina è la maga incantatrice nell’ Orlando innamorato e dell’Orlando Furioso: una maga che seduce il cavaliere con le sue arti magiche e così lo trattiene dal compiere il suo dovere. l’Orlando furioso vede la prima pubblicazione nel 1516, quando già il Guerrin Meschino è conosciuto, ma le storie di Ariosto hanno una diffusione molto più ampia e rapida: la stampa ormai è un’arte ben affinata, e molte più persone possono accedere ai libri, quindi è probabile che il nome di Alcina evochi nel pubblico quei contenuti che nel Guerrin Meschino erano rappresentati dalla Sibilla dell’Appennino.

La sostituzione del nome Sibila con quello di Alcina non è l’unico “taglio” che viene fatto al romanzo: vengono tolte anche parti in cui si parla di leggende che la Chiesa da tempo cercava di smitizzare e eliminare (come quella del pozzo di san patrizio).

È da precisare che la censura preventiva a Venezia non ha avuto vita facile: se in alcuni momenti lo Stato ha dovuto seguire le indicazioni della chiesa di Roma, in altri ha imposto con forza la sua indipendenza, col risultato che a Venezia sono sempre circolati in maniera più o meno intensa libri ufficialmente proibiti, se si fosse voluta la circolazione della storia del Meschino nella versione pre-censura, a Venezia si sarebbe potuto, ma non è stato fatto (se non altro, io non ne ho notizia).

Le modifiche al testo impoveriscono la nostra cultura? No!

Perché? Perché le storie della Sibilla dell’Appennino appartengono alla tradizione orale, sono i racconti orali che l’hanno plasmata e non è arrivata fino a noi attraverso i libri stampati. Le storie del Meschino erano narrate dagli abitanti dei Sibillini forse da prima ancora della stesura dei romanzi e sicuramente anche secoli dopo.

La diffusione del mito della Sibilla dell’Appennino avviene soprattutto per opera di Contadini e Pastori

La tradizione orale è un sistema di trasmissione di cultura che consente cambiamenti nelle storie trasmesse. Questo da un lato rende più difficile risalire al racconto originario, dall’altro arricchisce questo racconto di nuovi elementi, che appartengono alla comunità e alla vita delle persone che lo conservano e tramandano. Ogni volta che viene raccontata, la storia della Sibilla del Guerrin Meschino porta con sé un pezzetto della società che la racconta, fino ad arrivare a noi oggi, come un fiume che trascina con sé tutto quello che trova lungo il suo cammino.

Questo non indebolisce affatto la cultura locale, anzi, la preserva e la mantiene viva. Le storie del Meschino vengono narrate oralmente dai pastori e dai contadini fino al XIX secolo, i pastori conoscono e raccontano una profetessa/fata buona, positiva, non seduttrice, non diabolica e il personaggio della Sibilla si trasforma ancora, diventando colei che trasmette conoscenza alle fanciulle e ospita le fate che danzano nottetempo con i pastori: tutte storie che non compaiono nel Guerrin Meschino ma “esistono” nella cultura tradizionale e inseriscono la Sibilla nelle più importanti usanze marchigiane, come quella del saltarello.

La Sibilla dell’Appennino non è scomparsa, ha semplicemente viaggiato, come tutte le leggende, “surfando” sulla storia, adattandosi, integrando le sue storie e in questo modo legando la sua esistenza con un filo doppio e indistruttibile alle vite degli abitanti del territorio: si tratta di un’esistenza che non si può cancellare togliendo un nome da una pagina stampata, ma che cesserà di esistere solo nel momento in cui smetteremo di raccontare queste storie o quando le racconteremo perdendo di vista il loro particolare valore.

copertina del volume di cursietti

 

Il testo del Guerrin Meschino è stato studiato da Mauro Cursietti, che ha pubblicato un’edizione critica nel 2005: M. Cursietti (a cura di), Andrea Da Barberino, Il Guerrin Meschino, Roma, Antenore 2005. Lì si possono leggere in maniera più approfondita alcune delle cose che ho scritto qui sopra. Secondo Cursietti, poi, l’intenzione di Andrea da Barberino sarebbe stata quella di collocare il suo romanzo a Lucera, non a Nocera, quindi in Puglia e non sui Sibillini. Non mi addentro in questa questione perché, indipendentemente dalle sue intenzioni, grazie al suo scritto sui Sibillini esistono determinate tradizioni ed è di quelle che tratto qui.

 

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