SIBILLA DELL'APPENNINO

Sibilla dell’Appennino / Sibilla Appenninica

Per descrivere la “nostra” sibilla, quella che la tradizione colloca nell’Appennino Umbro-Marchigiano, uso sempre il termine “Sibilla dell’Appennino”, mai la locuzione “Sibilla Appenninica”. Provo a spiegare perché.

La sibilla è in antichità una creatura indefinita: non abbiamo fonti certe per stabilire il suo nome, la sua provenienza o il luogo dove si poteva visitarla; allo stesso tempo è una figura molto potente (le sue parole erano la voce del dio!) e questa sua doppia particolarità l’ha resa nel tempo un personaggio prezioso per diverse culture. Grazie alla sua indefinitezza (e quindi duttilità) la sibilla ha attraversato epoche e storie, mutando sempre forma.

Tante Sibille

Durante il periodo ellenistico le sibille diventano tante, ogni paese “reclama” la “sua” sibilla, perché ogni civiltà ha bisogno di una testimonianza della volontà divina…  i vaticini delle profetesse cominciano ad essere scritti e “sibilla” diventa un nome generico per indicare qualunque donna che eserciti capacità profetiche.

Nel IV secolo a.C. “esiste” quindi una moltitudine di profetesse, tanto che si cominciano a scrivere cataloghi per cercare di dare un ordine alla “materia sibillina”; una di queste liste arriverà fino alla cultura cristiana, dalla quale sarà accettata e inglobata. Si tratta dell’elenco stilato da Varrone nel I secolo d.C.

immagine di Varrone

Varrone è un erudito romano e scrive le Antiquitates rerum humanarum et divinarum; nella parte in cui si occupa delle “quesioni divine”, Varrone elenca dieci  sibille, scelte tra quelle di cui era venuto a conoscenza. L’elenco è arrivato fino a noi perché è stato ripreso da Lattanzio, Sant’Agostino e quindi dagli enciclopedisti medievali: quando insomma si gettavano le fondamenta della nuova cultura cristiana, l’elenco di Varrone era il punto di riferimento per quanto riguarda le sibille. Pur proveniendo dal politeismo (che i cristiani chiamavano “paganesimo”), infatti, le sibille giocano un ruolo importante nella teologia cristiana, perché è loro il ruolo di annunciatrici della venuta di Cristo agli antichi, il corrispettivo “pagano” dei profeti insomma.

Le sibille tramandate da Varrone e poi Lattanzio sono:

  1. Sibilla Persica,
  2. Sibilla Libica,
  3. Sibilla Delfica,
  4. Sibilla Cimmeria,
  5. Sibilla Eritrea,
  6. Sibilla Samia,
  7. Sibilla Cumana,
  8. Sibilla Ellespontica,
  9. Sibilla Frigia
  10. Sibilla Tiburtina.

Non sappiamo come mai lo storico abbia scelto solo dieci sibille e non sappiamo quali siano stati i suoi criteri nel selezionare le profetesse: forse ha scelto le più conosciute al suo tempo; forse la scelta è stata fatta su base geografica, probabilmente per cercare di associare una sibilla a ogni zona cristiana (questa è la teoria di alcuni studiosi tra cui Emile Male e Salvatore Settis). Quello che sappiamo è che non è presente la “Sibilla Appenninica”

Non c’è la Sibilla Appenninica, che sarebbe probabilmente stata inserita dal romano Varrone se egli l’avesse conosciuta. Perché? Varrone era originario di Rieti e se ci fosse stata una Sibilla Appenninica, vicina al suo paese natale, l’avrebbe certo inserita nella lista: non avrebbe avuto senso eliminare proprio una profetessa così vicina a lui da essere ben nota a chi lo circondava. Varrone, per quanto ne so, non aveva ragione di eliminare una profetessa nel I secolo a.C, anche perché, come abbiamo detto, le sibille nella prima cristianità erano figure positive, non demonizzate.

Penso quindi che dobbiamo accettare il fatto la Sibilla Appenninica nell’elenco di Varrone non c’è mai stata e andare avanti partendo da qui.

Sibille nel Quattrocento

Dall’elenco di Varrone attingono gli elenchi successivi, che all’inizio del Quattrocento cominciano a comparire anche arricchiti di ulteriori profetesse; tra queste troviamo spesso l’Europa e la Agrippa, che alla fine del secolo fanno definitivamente parte del “nuovo canone”sibillino: il nuovo elenco di dodici profetesse al quale faranno riferimento i pittori e gli artisti che avranno bisogno di rappresentare sibille. La Sibilla Appenninica non c’è, ed è questo il motivo per cui non la troviamo rappresentata al Santuario della Madonna dell’Ambro, a Loreto e negli altri luoghi di fede, nelle Marche e fuori.

Mentre le sibille degli elenchi diventano dodici, nasce una nuova sibilla, che ha una pesonalità nuova, diversa da quella delle altre profetesse, ed è collocata geograficamente sull’Appennino Umbro Marchigiano; si tratta di una sibilla demonizzata, che non parla con la voce di Dio ma cerca anzi di “intrappolare” i suoi fedeli.

è una sibilla, risiede sull’Appennino, perciò io la definisco Sibilla dell’Appennino. Chiamandola “Sibilla Appenninica” rischierei di suggerire una vicinanza con le sibille antiche, vicinanza che non c’è. La Sibilla dei Sibillini non ha niente a che vedere con quelle di Varrone, che sono tutte personaggi positivi, in linea con la fede cristiana e che in seguito saranno definite e accomunate da una serie di caratteristiche (ad esempio un oracolo assegnato) che la sibilla dell’Appennino non ha.
Le differenze devono essere rimarcate e tenute sempre presenti, soprattutto perché non servono a “ghettizzare” la Sibilla dell’Appennino, a dire che vale meno delle altre, ma a definirla con più precisione. Questo è l’unica cosa da fare se vogliamo conoscere davvero una figura fondamentale per il territorio, una figura che rischia però continuamente di perdere la sua originalità perché viene semplificata e forzatamente accostata a un qualcosa che è diverso da lei e non la riguarda, se non da molto lontano.

L’uso della locuzione Sibilla Appenninica  come nome proprio della “nostra” sibilla, si ha per via di due illustri autori locali. Febo Allevi, parlando della sibilla umbro-marchigiana, la definisce Sibilla appenninica ma usa la parola “appenninica” con l’iniziale minuscola, probabilmente intendendola come semplice aggettivo e non come nome proprio (F. Allevi, Con Dante e la Sibilla ed altri. Dagli antichi al volgare, Milano 1965, p. 101).
Luigi Paolucci, poi, qualche anno più tardi, utilizza ancora il nome Sibilla appenninica, che è il titolo del suo libro  (Paolucci la Sibilla appenninica, Firenze 1967). Paolucci descrive leggende e tradizioni che si sono accumulate nel tempo intorno alla profetessa dei Sibillini, perciò il titolo del suo volume è stato utilizzato come nome proprio per la Sibilla dell’Appennino e da lì si è generata probabilmente l’idea che si trattasse del termine giusto per indicare una sibilla antica, demonizzata e quindi censurata dalla Chiesa perché “pagana”.

 

Sibilla demonizzata

immagine da un'edizione ottocentesca del Guerrin Meschino
Tre ancelle di Sibilla aprono la porta della reggia al Meschino (edizione Guglielmini e Radaelli,1481)

In realtà della Sibilla dell’Appennino si hanno notizie scritte soltando dal XIII secolo, quando Philippe de Thaon racconta la storia della leggenda dei nove soli e dice che la sibilla (La Tiburtina, nella leggenda) ha voluto radunare i senatori nel monte ki Apenin a nun (cioè nel monte che ha nome Appennino). Nella leggenda in realtà la sibilla va in Aventuno, non sappiamo di più sulle ragioni della modifica fatta da Philippe.
La demonizzazione della Sibilla avviene con i romanzi Guerrin Meschino  e Paradis de la Reine Sibylle che si diffondono nei primi decenni del Quattrocento. La Sibilla, che nel Guerrin Meschino è dichiaratamente la Sibilla Cumana, in questi casi è demonizzata perché incarna la figura della strega maliarda che trattiene il cavaliere dal compiere il suo giusto percorso in nome della fede. Anche qui non sappiamo perché proprio la sibilla sia stata posta a interpretare questo ruolo, forse già circolavano racconti sulla Sibilla dell’Appennino, forse il territorio si prestava allo scopo perché gia ricco di comunità di eretici, dissidenti e leggende su presenze magiche e diaboliche.

Inutile, quindi, dare a una sibilla in sostanza medievale un nome che vuole associarla a sibille antiche, soprattutto perché così facendo si rischia di concentrarsi su inesistenti misteri, magari dimenticando ciò che rende la Sibilla dell’Appennino una presenza unica: il suo legame con il territorio e i suoi abitanti; il fatto che la sua storia sia stata narrata per decenni, per secoli da pastori e contadini e che ogni generazione l’abbia un po’ cambiata e vi abbia aggiunto un po’ della propria vita, trasformandola in una fata, buona, piena di cose da insegnare e creando così una Sibilla che può esistere solo sui Sibillini, un luogo che giustamente porta il suo nome.

Si tratta quindi di una sibilla, profetessa dell’antichità, che gli abitanti di un territorio, l’Appennino Umbro-Marchigiano, hanno ospitato, accolto e custodito per secoli, dandole gli abiti che conoscevano e le forme che consentivano loro di tenerla vicina, di crescere con lei… non una semplice sibilla, quindi, ma una Sibilla dell’Appennino, perché in nessun altro territorio potrebbe esistere una sibilla così.

 

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