SIBILLA DELL'APPENNINO

Una sibilla sui Sibillini (prima parte)

panorama da montemonaco

La tradizione è materia di tutti, ciascuno può tramandarla ed è inevitabile che la narrazione orale porti a cambiamenti e modifiche. Esempio di questo sono i racconti della Sibilla dell’Appennino, che parlano di una profetessa dai mille volti proprio perché nella narrazione ci sono stati dei cambiamenti. Questi cambiamenti, però, non sono “contraffazioni” di una storia “vera”, ma parti diverse di una storia lunga, talmente lunga che ha dovuto affrontare epoche e esigenze diverse e ad esse è stata adattata. Ripercorrendo la storia della sibilla, quindi, si fa luce anche sulla storia del territorio che prende il suo nome, e sulla storia degli abitanti di quel territorio, che quei racconti li hanno portati fino a noi.

Le sibille dipinte

La figura della sibilla nasce nella Grecia antica. Si tratta di una profetessa che, ispirata dal dio, trasmette il suo messaggio agli uomini. Le sibille sono figure indefinite, i loro messaggi sono molto difficili da interpretare (infatti l’aggettivo “sibillino” oggi significa “enigmatico”) ma sono sempre garantiti dall’ispirazione del dio e ciò li rende adatti ad essere utilizzati per i più vari scopi politici e religiosi. Così le profetesse entrano anche nella cultura cristiana, portate da Lattanzio e Sant’Agostino che, nei primi secoli dopo Cristo trasmettono un canone di dieci sibille. Per i cristiani le sibille sono coloro che annunciarono ai “pagani” la prossima venuta di Cristo.

A metà del Quattrocento altre due profetesse si aggiungono al gruppo delle dieci e il canone delle sibille cristiane viene così portato a dodici. In questa formula le profetesse conoscono una nuova, larga diffusione: troviamo le loro immagini dipinte all’interno di edifici religiosi dove affiancano Maria e le storie della sua vita. Testimonianze di questo tipo sono frequenti nelle Marche e ci parlano di una committenza religiosa, molto spesso francescana. Dal Cinquecento fino al Settecento sono anche numerose le immagini delle dodici sibille da sole, in serie incise o dipinte, anche per committenze private: questo è il caso della serie che Nicola Amatore di Belvedere di Jesi dipinge per il comune di Visso; si tratta di una serie molto moderna che la città ha custodito a Palazzo dei Governatori fino ai giorni successivi al sisma, quando i dipinti sono stati spostati in un deposito.

preparazione sibille di Visso per il trasporto in deposito
Le sibille di Visso durante il recupero dopo il terremoto del 2016

La sibilla della montagna

Ma la Sibilla dell’Appennino (a volte chiamata Sibilla Appenninica) non compare mai in queste immagini, infatti le sibille dipinte non c’entrano con le storie che si narrano in montagna. Quelle storie parlano di un’altra profetessa, diversa dal misterioso oracolo antico e dalle dodici che affiancano la Vergine; questa sibilla ha una genesi diversa dalle altre ed è strettamente legata ai monti che prendono il suo nome.

Le prime testimonianze scritte della storia della sibilla dell’Appennino le troviamo in due romanzi, il Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, e il Paradis de la Reine Sibylle di Antoine de la Sale. Entrambi i testi risalgono al XV secolo e raccontano la storia di un cavaliere coraggioso che, dopo tanto vagare, arriva alla grotta della regina sibilla ed entra nel suo regno. Il regno è una splendida reggia sotterranea nascosta nel ventre della montagna, dove la regina sibilla vive circondata da giovani dame e cavalieri e attende, nel lusso e nel piacere, l’arrivo del Giudizio Universale. La sibilla tenta il cavaliere e cerca di convincerlo a restare con lei a vivere una vita di perdizione, ma egli sa che se la segue sarà dannato.

La sibilla tentatrice

Gli autori dei due romanzi creano un prodotto letterario attingendo ai temi tipici della letteratura cavalleresca medievale, tra essi c’è quello del cavaliere cristiano che deve dimostrare la sua purezza e il suo coraggio resistendo a mille tentazioni e prove di ogni genere, prima su tutte la lussuria e le tentazioni della carne che lo distraggono dal percorso di fede e, ovviamente, hanno la forma di una donna bellissima.

miniatura dal romanzo di melusina del 1450
Roman de Mélusine par Jean d’Arras, vers 1450-1500. BNF Fr.24383, f.19.

Il tipo della “maga” tentatrice non è del tutto nuovo, è molto simile al ruolo della maga Circe per Ulisse, si trasforma in serpente come Melusina, Ariosto lo riprenderà nel Cinquecento per la sua Alcina dell’Orlando Furioso (personaggio che poi prenderà il posto della sibilla nella letteratura).

Ma Perché Andrea da Barberino e Antoine de la Sale hanno scelto proprio i Sibillini come zona in cui mettere in difficoltà i loro cavalieriE perché hanno scelto proprio una sibilla e non una maga, o una fata qualsiasi?

La risposta è semplice: perché in questa parte di Appennino esistevano delle condizioni che creavano l’ambientazione perfetta per questa storia, talmente perfetta da legare quelle storie a questi monti fino ad oggi.

Innanzitutto esisteva, già dal Trecento, una forte presenza di Francescani spirituali e gruppi ereticali sui Sibillini; questi gruppi cercavano rifugio dall’autorità papale e si nascondevano su questi monti, dove da sempre la popolazione aveva ben accolto i Francescani e coloro che curavano lo spirito. La corte papale nel Trecento si trovava ad Avignone per motivi più politici che religiosi, e dalla Francia arrivavano amministratori con l’incarico di prendersi cura dei domìni papali. La presenza dei delegati francesi del papa però creava malcontento e accresceva il numero di presenze ghibelline, molto agguerrite e numerose nelle Marche. Aumentavano così i comportamenti apertamente in dissenso con le prescrizioni papali, si facevano riunioni segrete e rituali durante i quali venivano sfregiati simboli e figure dell’alto clero fino ad arrivare a praticare riti orgiastici, dei quali esistono oggi numerose testimonianze.

Per arginare questa situazione il papa invierà i fidati Francescani dell’Osservanza, che riportavano pace nelle continue lotte tra comunità e mettevano in guardia i fedeli da tutti coloro che si distaccavano dalla fede cattolica, accusati di essere vicini al demonio.

I Sibillini si configurano quindi come zona demoniaca già prima dei romanzi, di questa fama ci parlano i numerosi toponimi come il Lago di Pilato, Pizzo del Diavolo, Gola dell’Infernaccio…
La donna tentatrice del cavaliere cristiano qui avrebbe trovato un ambiente più che confortevole.

statua di san giacomo della marca a sarnano
La statua di San Giacomo della Marca a Sarnano

Esisteva inoltre, già dall’antichià, una sede oracolare in queste zone. Oggi non sappiamo che tipo di oracolo fosse e non possiamo sapere dove questo oracolo esercitava, ma ci sono testimonianze della sua antica presenza.

Quando Andrea da Barberino e De La Sale scrivono il loro romanzi, nei primi decenni del Quattrocento, l’oracolo “pagano” più famoso è proprio la sibilla: di sibille si sente molto parlare perché in quel periodo conoscono una nuova fortuna, quella fortuna che le porterà ad essere rappresentate con Maria. Anche dei Sibilini si sente molto parlare, perché qui si recano tutti coloro che hanno interesse per la magia e che vogliono assorbire le forze demoniache che si concentrano in queste zone. Inoltre, proprio Sibilla è il nome di una delle sorelle della fata Morgana, che in alcuni romanzi medievali la aiuta a rapire il cavaliere.

La tentatrice dei romanzi cavallereschi deve essere quindi donna, pagana, diabolica e legata a maghi, stregoni e montagne demoniache: ecco che il territorio produce da sé la Sibilla dell’Appennino e le dà anche una dimora, perché il monte Sibilla è provvisto di una cavità che si dimostra perfetta per assolvere al compito di Venusberg, il regno sotterraneo di Venere seduttrice narrato dai cantastorie tedeschi. Andrea da Barberino e Antoine de la Sale non possono far altro che registrare la presenza della sibilla: è perfetta per i loro romanzi e forse esistono già sul territorio racconti che parlano di lei.

La sibilla strega

I romanzi di Andrea da Barberino e De La Sale sono molto diffusi, ma la sibilla non è un semplice personaggio in un libro. Questo accade perché quei racconti sono un seme piantato in un territorio fertile, dove l’immagine della sibilla come donna lussuriosa e tentatrice può far crescere le sue radici nutrendosi della cultura presente nel territorio.

San Giacomo della Marca e come lui gli altri predicatori dell’Osservanza, inviati dal papa a riportare l’ortodossia sui monti Sibillini, aveva messo in guardia i fedeli contro le pericolose streghe, sono donne che hanno atteggiamenti tipici delle figure femminili del mondo classico: capelli spettinati, danze disordinate, sessualità incontrollata e rapporto privilegiato con entità soprannaturali.

copertina malleus maleficarum
Il Malleus Maleficarum, “il martello delle malefiche”: il “manuale” per il cacciatore di streghe. La prima edizione è degli anni Ottanta del Quattrocento

La Sibilla dell’Appennino che gli abitanti dei Sibillini hanno imparato a conoscere dai romanzi è una donna antica, diabolica e lussuriosa tentatrice, conosce cose che l’uomo non può sapere perché ha contatti con mondi che a lui sono preclusi… questa sibilla si sovrappone perfettamente alla strega descritta dagli inquisitori e dagli Osservanti. In meno di un secolo, infatti, la sibilla verrà inserita nel Malleus Maleficarum come domina cursus, cioè la strega più vicina al demonio, colei che presiede il sabba. Le due figure combaciano a tal punto che la storia si radica ancora di più nelle zone dei Sibillini e diventa parte integrante della vita degli abitanti che raccontano della sibilla come di una temibile presenza. La persistente attività dei gruppi di eretici recidivi e la fama demoniaca del territorio tengono alta la paura delle streghe e quindi vengono associate alla sibilla tutte le donne “particolari”: quelle che conservano rituali precristiani (rituali molto spesso vivi ancora oggi), quelle che sanno assistere al parto o che hanno conoscenze erboristiche (le streghe sono accusate di utilizzare speciali unguenti che le fanno volare)…

La pericolosa sibilla scompare dalle edizioni del Guerrin Meschino dalla fine del Cinquecento e viene sostituita da una più letteraria Alcina. Questo è proabilmente il modo dell’Inquisizione di risolvere il problema della “doppia natura”delle sibille: le “buone” profetesse della nascita di Cristo, e la “cattiva”, demoniaca e sempre più famosa. Famosa e sempre più legata agli abitanti del territorio che l’ha generata; le storie della sibilla viaggiano infatti insieme alle pecore della transumanza e alle merci nelle fiere annuali e nei mercati: i pastori recitano i racconti del Guerrin Meschino e spesso sono anche loro poeti e scrivono composizioni che diventano parte integrante della tradizione orale. La censura non elimina la presenza della sibilla demoniaca; le dà solo un nuovo nome, Alcina, ma non cambia il suo carattere o la sua fama…

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