SIBILLA DELL'APPENNINO

Sibilla e Saltarello

disegno di saltarello

La leggenda della Sibilla dell’Appennino è stata trasmessa per secoli per via orale da pastori e contadini. La particolarità della tradizione è proprio questa: la trasmissione orale, grazie alla quale ciò che ci viene tramandato si arricchisce continuamente di contenuti nuovi e differenti. Questi vengono aggiunti o dimenticati in base al senso che hanno nella quotidianità di chi trasmette il racconto: una sorta di “telefono senza fili della cultura”, come dico spesso

Facendo il percorso inverso, oggi si può partire dalle testimonianze che abbiamo per cercare di recuperare le fila di un tessuto narrativo iniziato secoli fa: attraverso I racconti che risultano da questo “telefono senza fili” si può “entrare in contatto” con la quotidianità di persone che hanno abitato molto prima di i nostri stessi luoghi. Io ho provato a farlo partendo dagli affascinanti racconti sulle fate e il Saltarello…

Secondo la leggenda, la Sibilla e la sua corte sarebbero all’origine della danza popolare nota col nome di Saltarello. La leggenda vuole che le ancelle della fata-sibilla avessero, in tempi lontani, l’abitudine di uscire dal cuore della montanga per venire di notte a danzare coi giovani pastori. Si narra che per spostarsi da un paese all’altro, le fate prendessero in prestito i cavalli, che la mattina venivano trovati affaticati, sudati e con le criniere magicamente intrecciate. Le fate della leggenda sono però creature soprannaturali e il loro aspetto non è quello di giovani donne, o almeno non lo è per intero, poiché i loro piedi sono in realtà zoccoli caprini, che le fate nascondono abilmente agli occhi dei pastori e di cui si servono per risalire agilmente i ripidi sentieri di montagna. Anche la corona del Monte Sibilla sarebbe dovuta ai colpi degli zoccoli delle fate, che dopo una lunga notte di danze coi pastori, avrebbero risalito in fretta il monte per tornare nella dimora della Sibilla lasciando ai pastori il ricordo della danza.

Ma di che danza si tratta?

Troviamo per la prima volta la parola Saltarello in un documento di XIV secolo (conservato nella British Library) ma la parola non sta ad indicare la danza popolare che oggi conosciamo, ma un ritmo musicale sostenuto e incalzante. Nel Quattrocento si cominciano a scrivere manuali di danza nei quali si illustrano i passi da fare, i movimenti da seguire, e si spiega che la danza è un’arte liberale e come tale merita un posto nelle corti. C’è anche il Saltarello in questi libri, ma non è quello che noi conosciamo: la musica è più lenta e i salti sono molto più composti; ballare saltando a ritmi sostenuti era un’abitudine delle classi popolari, mentre nelle corti le dame praticavano danze piu lente, composte e coreografiche, più adatte ai loro lunghi abiti, pesanti copricapi e all’etichetta… dunque, anche il saltarello a corte era così.

Fuori dalle corti però, la gente continua a saltare e si diffondono perciò col tempo diversi tipi di balli che hanno in comune il ritmo sostenuto e i passi saltati: si tratta di danze festose con importanti elementi di mimica, probabilmente derivati da antichi balli che risalgono a prima della cristianità. Danze di questo tipo sono presenti oggi in tutta italia con varie declinazioni.

Il cosiddetto “Manoscritto di Londra” (Londra, British Library, Add MS 29987, f 62v) in cui troviamo il Saltarello. Londra, British Library

In particolare il Saltarello è presente nel Centro-Sud Italia ma nel Lazio e nelle Marche si afferma una coreografia particolare: si danza in coppia dando vita a tre fasi principali (lo “spuntapè”, il “giro” e il “filò”) attraverso le quali si mima un corteggiamento amoroso tra uomo e donna. Danzare il saltarello è, dunque, vivere un momento di socialità amorosa, un incontro a due.

Quando si balla?

Questi “incontri a due”, però, come è facile immaginare, non erano esattamente un evento quotidiano nelle comunità che abitavano l’area dei sibillini; si viveva infatti una vita strettamente legata alla terra, e legate alla terra e ai ritmi del lavoro erano anche i legami matrimoniali e le occasioni di socialità. Un esempio è quello della fine dei grandi lavori annuali come la mietitura, la trebbiatura, la vendemmia, oppure il ritorno dei pastori dalla transumanza: momenti gioiosi di festa ma soprattutto situazioni in cui le regole di comportamento erano più libere, si avevano occasioni conviviali di incontro tra ragazzi e ragazze e si respirava un’aria di festa che terminava con lunghi balli sull’aia. Si trattava di occasioni in cui venivano “sospese” le normali abitudini, che prevedevano, ad esempio, il controllo severo della rispettabilità delle giovani donne, necessaria a controllare da vicino gli sviluppi delle famiglie ai quali era strettamente legata la possibilità di avere mezzi di sostentamento.

La danza saltata era perfetta per celebrare questi momenti festosi e i balli duravano fino all’alba e vedevano partecipi giovani e anziani con la presenza centrale della “vergara”, la padrona di casa, che danzava con tutti i presenti mostrando la sua abilità nella danza. A partire dalla metà dell’Ottocento, poi, l’organetto diventa lo strumento che guida la danza e nel corso del tempo resta l’unico strumento indispensabile, sempre presente nelle danze popolari, e proprio nelle Marche, a castelfidardo, la produzione dell’organetto trova un centro d’eccellenza, confermando ancora una volta il legame fortissimo tra cultura, saperi e produzioni artigianali.

Pieter Bruegel (il vecchio) dipinge scene contadine, perciò nei suoi dipinti possiamo vedere scene della storia “non ufficiale”. Qui una festa paesana movimentata dalle danze (e dal vino!) Bruegel, “Danza di contadini”,1568 circa, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Ma che c’entra la Sibilla con le danze popolari di pastori e contadini?

Nell’antichità le sibille non erano ballerine, ma profetesse che abitavano la sfera del mito; come arriva la Sibilla, quindi, ad avere un ruolo nella leggenda legata al Saltarello?

Ci arriva perché gli autori greci che parlano di sibille non ci rivelano molto su queste figure: non dicono chi sono né dove vivono e non nominano mai il luogo preciso in cui le sibille parlano; la sibilla è perciò un personaggio potentissimo (parla con la voce del dio!) ma anche del tutto indefinito e quindi facilmente assimilabile da diverse culture, he possono “fonderlo” nella loro storia, nei loro racconti e leggende.

La sibilla malefica e seduttrice

Una di queste leggende è proprio quella della Sibilla dell’Appenino la mitica profetessa che secondo la leggenda abita nel ventre del monte Sibilla con la sua splendida corte. La storia di questa sibilla si definisce tra il XIV e il XV secolo ed è raccontata da due romanzi quattrocenteschi: Le avventure di Guerrino detto il Meschino, scritto da Andrea da Barberino, e il Paradiso della regina Sibilla, di Antoine De La Sale. Questi autori mettono insieme alcuni elementi della tradizione narrativa cavalleresca, dove un cavaliere deve “schivare” le seduzioni di una donna magica e diabolica che vuole trascinarlo nel peccato. Così la Sibilla dei romanzi è una donna infida e ammaliante, che vive circondata da piaceri e lussi nella sua dimora all’interno del Monte Sibilla e trattiene con le sue lusinghe gli avventori con lo scopo di trattenerli con sé.
Questi romanzi hanno molto successo, anche perché le si innestano su un territorio dove aleggiano già storie misteriose e racconti diavoleschi; così la storia della diabolica Sibilla si radica nel sapere di coloro che vivono sui Sibillini e viene narrata per secoli.

Bartolomeo Pinelli, Raccolta di cinquanta costumi pittoreschi incisi all’acquaforte (ed. 1809), Bibliothèque nationale de France, Parigi.

La “buona” Sibilla dei contadini e dei pastori

Nel corso dei secoli cambia la cultura di chi racconta la storia e per la Sibilla dell’Appennino si preparano nuove, splendide vesti: il crescente interesse per la magia, la volontà di imparare a manipolare elementi naturali, la reinvenzione di personaggi della tradizione “pagana”, la forte presenza dell’immaginario fantastico medievale e (non meno importante!), la cancellazione di Sibilla dalle ultime edizioni dei romanzi di cui dicevo prima, trasformano la profetessa e le sue ancelle in magiche fate, non più presenze negative e demoniache ma misteriosi personaggi che fanno del bene alla comunità, trasmettendo conoscenza.
Dalla metà dell’Ottocento la Regina-fata Sibilla trova anche una conferma scritta nei calendari e nei lunari, che spesso sono dedicati proprio a lei. Questi opuscoli insegnano a contadini e pastori a conoscere le fasi lunari, sono utili per prevedere il clima e forniscono molti insegnamenti a pastori e contadini, che continuano a narrare la storia di Sibilla la sera, davanti al focolare: la Sibilla è utile, è benefica, fa ormai parte della vita quotidiana, è una fata buona, che insieme alle sue compagne insegna la tessitura alle fanciulle e la danza ai ragazzi.
Si tratta di insegnamenti fondamentali, diversi ma complementari rispetto a quelli che si apprendono in chiesa e che perciò sono affidati a lei.

L’insegnamento più noto è quello del saltarello: un ballo di seduzione, di intesa e di coppia; un ballo che gioca un ruolo importante in uno dei pochi momenti in cui è concesso il contatto diretto tra uomo e donna: le ancelle della sibilla insegnano agli uomini la seduzione, che servirà loro per corteggiare le ragazze, prendere moglie, trovare il proprio posto nella comunità e dare inizio a una nuova generazione, facendo la propria parte nella storia del loro paese.

Chi viene in estate nelle Marche sa che esistono numerose rievocazioni di quelli che erano o momenti di festa per pastori e contadini, a volte sotto forma di sagra del “piatto tipico” (i moccolotti delo vatte”, l’oca arrosto…), altre volte come vere e proprie messe in scena degli antichi lavori. La memoria delle danze popolari viene invece portata avanti da gruppi di appassionati che spesso si esibiscono a queste feste e io non vedo l’ora che faccia il salto di qualità che è avvenuto, per esempio, alla Taranta (o pizzica) alla quale si dedicano in tutta italia eventi e palchi…

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