Le sibille sono profetesse del politeismo greco, sono assimilate dal Cristianesimo e finiscono affrescate sui muri di chiese e palazzi nobiliari dal 400 in poi.
Poi c’è un’altra sibilla, la Sibilla dell’Appennino, che deriva da questa tradizione e prende una strada tutta sua.
Questa strada l’hanno segnata gli abitanti dei Sibillini, che nel corso dei secoli hanno tessuto racconti intrecciando la propria storia con quella della magica profetessa, dandole lunga vita e, allo stesso tempo, lasciando tracce del loro stesso vissuto, che fa parte della nostra storia.
Non ci sono misteri nascosti ma tracce di vita quotidiana coperte dalla polvere del tempo, è inseguendo quelle tracce, recuperando i diversi momenti della storia della Sibilla dell’Appennino, che si svela la storia del territorio.
Lo storico che studia la Sibilla dei Sibillini lavora per rimuovere la “polvere del tempo” e recuperare le fila della trama della storia.
Al bosco di Mambrica ho raccontato la sibilla, sotto al sole, a un bel gruppetto di camminatori che tornavano dalla visita naturalistica al bosco.
Ecco: m’ero dimenticata di portarmi appresso il cappello, e così un’anima pia m’ha prestato il suo, ecco perché non è in tono con l’outfit, ma mi perdonerete.
Al FemFest di Monteurano ho raccontato la storia della Sibilla Appenninica approfondendo anche la sua versione più “moderna”, quella usata dal movimento femminista per simboleggiare una lotta importantissima negli anni Settanta ma viva ancora oggi. Ho parlato, della Grande Madre, delle meravigliose storie di Joyce Lussu e di come la tradizione sia un elemento importantissimo nella costruzione di un futuro migliore: un vero e proprio atto d’amore per chi verrà dopo di noi.
Peccato per chi non è potuto venire! speriamo di rifarla presto!
Ieri, per “Aspettando il festival della storia” ho fatto una conversazione super interessante con Giuseppe Capriotti nei locali dell’Università di Macerata.
Il tema del festival quest’anno è il tradimento quindi abbiamo ragionato su come la storia della Sibilla Appenninica sia stata “tradita” più volte, nel corso dei secoli, e di come questo tradimento in realtà sia un gesto “d’amore” per la leggenda più nota delle Marche.
D’altronde le parole “tradimento” e “tradizione” hanno la stessa radice etimologica, e la sibilla è una maga, una fata, una strega… abbiamo parlato per un po’ ma ci sarebbe stato mooolto altro da dire.
La leggenda delle fate a Pretare per me è un’appuntamento fisso, vedere sul palco le fate, la sibilla, Guerrin Meschino e una comunità che si riconosce in quelle storie dà senso a tutto il mio lavoro. Stavolta ho dovuto aspettare ben 5 anni, perché laddove non ha potuto il maledetto terremoto (che non ha fermato i pretaresi dal mettere in scena la leggenda più bella del mondo) ha potuto il covid. Ma riecco qui i ragazzi e le ragazze di Pretare sul palco a parlare in ascolano, a impersonare fieramente i pastori dai quali in qualche modo discendono, e a ricordare a tutti che la sibilla, le fate e le comunità esistono davvero, finché qualcuno ne racconta la storia
Il Lago di Pilato è un posto magico, nel senso che nel 1300 ci andavano i maghi, che cercavano un potere soprannaturale per far funzionare i loro libri di magia. Perché non è che la magia la puoi fare senza soprannaturale insomma…
Due foto = tanti anni passati con la Sibilla Appenninica: prima a cercare di capire perché non c’è nelle immagini, poi a capire da dove viene e come sopravvive per tanti secoli…
La storia della Sibilla Appenninica, che è la mitica fata dei monti Sibillini e che io studio da un sacco, è stata tramandata oralmente per secoli
di racconto in racconto, è cambiato il modo di rappresentarla, di trasmetterla, di farla propria e di sceglierla tra i mille racconti possibili da fare
Quest’anno io e la Sibilla Appenninica festeggiamo 10 anni insieme, nel senso che sono 10 anni che cerco di capire come si intreccia con la vita di un territorio e della gente che lo abita. Mi sembra un’ottima occasione per mostrare al mondo questa foto dove siamo io e lei che prendiamo il tè a casa sua