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cercare Una sibilla sui Sibillini

L’Appennino umbro-marchigiano non è l’unica zona in cui sono presenti racconti su una sibilla. Le sibille, fin dall’antichità, sono figure indefinite e quindi si prestano ad essere interpretate e assimilate dalle più varie culture, quindi ciascuno le ha narrate a suo modo.

Sui Sibillini, però, la presenza della profetessa è talmente importante da dare il nome a una parte di territorio, a un monte, e a numerose zone su cui insistono i racconti che la riguardano. La Sibilla dell’Appennino, poi, ha delle particolarità che sono solo sue e derivano dall’intreccio tra la sua storia e quella del territorio, un intreccio che dà senso e valore ad entrambe solo se vengono ricordate insieme. Ma non sempre questo accade, purtroppo.

Identità sibilline

Ho scritto “Senso e valore” perché questo hanno avuto quelle storie per chi le ha tramandate. Noi le ascoltiamo oggi, ma le storie della Sibilla sono il prodotto di secoli di narrazioni, e queste narrazioni non nascono dal nulla, non sono state inventate all’improvviso, per il gusto di parlare, ma sono storie legate alle vite di chi per secoli le ha raccontate, le ha scelte, trasformate e ne ha avuto bisogno. E non esiste una storia unica e “vera” che viene tramandata in quanto tale, esistono storie diverse, raccontate da persone diverse. Persone che hanno abitato i nostri luoghi prima di noi e che in questi luoghi hanno fatto le loro scelte, risolto i loro problemi, soddisfatto (o no) i loro bisogni. Le scelte di quelle persone, distribuite in secoli di storia, in qualche modo ci hanno portato fino a qui, dove siamo ora. Le storie della sibilla (come ogni altro bene culturale) sono una traccia di quelle vite passate e quindi sono un legame con la nostra storia più antica. Se si vuole capire meglio chi si è oggi è necessario prendersi cura di quel legame, che viene reciso, invece, quando si interpretano le fonti senza ricordare da dove vengono.

Monte Sibilla
Il Monte che porta il nome della Sibilla dell’Appennino

Se si trattano i racconti di oggi senza considerare le lunghe trame della storia che ce li ha consegnati, si rischia di “inventare” una nuova sibilla, che poco ha da dire sulla storia del territorio. La cultura di oggi è diversa, in certi aspetti molto diversa, da quella dei nostri avi, e se dimentichiamo questo fatto e “leggiamo” le storie sibilline con i nostri saperi e valori di oggi, non facciamo altro che dare alla sibilla una veste che può essere indossata da qualsiasi donna leggendaria, di qualsiasi montagna.

Tutte le donne mitiche, protagoniste dei racconti popolari di ogni zona del mondo, potrebbero essere interpretate come simboli del femminino, tutte potrebbero essere state accusate di stregoneria, su tutte potremmo fare fantasiose ipotesi in cui le associamo a personaggi storici, biblici, letterari, alle costellazioni o al tema d’attualità del momento; soltanto una, però, è stata narrata nel Guerrin Meschino, solo una è stata accolta dagli abitanti dei sibillini, soltanto una è stata intrecciata da quelle comunità con con la trama delle proprie vite.

Ciò non rende la Sibilla dell’Appennino migliore delle altre, però le conferisce determinati caratteri, la definisce in maniera precisa, ci ricorda che esistono dei legami con il territorio che non vanno recisi, soprattutto se ci si presenta come studiosi o se si intende fare storia. Ciascuno di noi, ovviamente, è libero di scrivere un romanzo di fantasia, che è un genere letterario diverso da un saggio storico.

I pastori hanno narrato le storie della Sibilla dell’Appennino tramandandole da generazione in generazione

A COSA SERVONO QUESTI LEGAMI COL PASSATO?

(OPPURE, COME DICE SEMPRE IL MIO CUGINETTO: “MA TANTO A CHE SERVE LA STORIA?”)

Persone più capaci e più autorevoli di me si sono poste queste domande. Per me la risposta è semplice, come fare una passeggiata su un sentiero in un bosco: c’è della strada davanti a te e della strada dietro di te, ma se non ricordi la via che hai già percorso, rischi di non saperla distinguere da quella ancora da percorrere, magari prendi una traversa sbagliata, non trovi più il sentiero… così finisci per perderti e passare tutto il giorno a cercare la direzione, a evitare pericoli già scampati; perdi tempo a ripercorrere la stessa strada senza saperlo anziché guardare quello che ti circonda, goderti la tua passeggiata, procedere per il tuo cammino.

Noi siamo su quel sentiero e una parte è stata già percorsa da chi è vissuto prima di noi; tenere a mente la storia serve a non doverla percorrere di nuovo, ad avere rispetto di quelle vite passate, degli errori che sono stati già pagati, e a scegliere più consapevolmente la strada che abbiamo davanti. Per fare questo è necessario comprendere le ragioni delle scelte fatte da chi c’è stato prima, è necessario capire il motivo per cui qualcosa è cambiato e qualcosa invece è rimasto immutato, risalire ai tempi in cui furono prese determinate decisioni. Per “guardare indietro” senza smarrire la via, bisogna riprendere in mano le delicate fila del tempo e cercare di “leggere” le diverse testimonianze per provare a ricostruire gli eventi il più fedelmente possibile. Questo è il lavoro dello storico.

LO STORICO

La storia è fatta di eventi ai quali noi non eravamo presenti e sui quali non abbiamo diritto di giudizio o di interpretazione. Perciò lo storico è uno che tratta le testimonianze (le fonti) in maniera scientifica: le sa riconoscere e le sa usare, non si lascia ingannare da quello che vorrebbe scoprire, non si fa prendere la mano dalla fantasia o dalla libera interpretazione, non si sogna di decidere cosa è giusto far sapere e cosa “non serve” dire, ets non dimentica mai che esiste un contesto in cui gli eventi si sono svolti… queste e altre mille questioni riguardano un mestiere che, come molti altri, non può essere improvvisato.

carlo ginzburg
Storici certamente più importanti di me si sono interrogati a lungo su questi temi, tra questi Carlo Ginzburg. Ad esempio nel suo libro “Il filo e le tracce“.

Questi discorsi, che a volte sembrano chiacchiere su faccende accademiche senza effettivo uso pratico, sono di fondamentale importanza in momenti di cambiamento come quello in cui ci troviamo. In questo periodo la sopravvivenza di numerose comunità del Centro Italia è affidata alla loro volontà di restare comunità, alla loro consapevolezza della propria identià, alla loro capacità di ricordare la strada già percorsa e di scegliere di conseguenza quale sentiero percorrere. Un momento difficile in cui un intero territorio viene tristemente definito con la parola “cratere”, come se la sua caratterisica principale fosse il terremoto e non ci fosse altro.

Io mi occupo di sibille, e so bene che la Sibilla non risolve tutto.

So anche, però, che una sibilla strappata dalla Storia, mescolata con contenuti che non la riguardano, rivestita di abiti che non sono i suoi e che la rendono “buona” per qualsiasi territorio, è una sibilla che non serve a nessuno. Perciò faccio la mia parte qui e qui e cerco di chiarire quali sono i legami che la Sibilla dell’Appennino ha con i “suoi” monti. Perché ripercorrendo la storia di questa Sibilla si fa luce anche sulla storia del territorio che porta il suo nome, sulla strada che gli abitanti dei Sibillini hanno già percorso.

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